Se mentre aspetti il semaforo verde ti fotografano con lo smatphone allora sei seduto su una gran bella moto
E a volte pure gli autisti degli autobus ti fanno i complimenti...
Malato di Moto è una raccolta di racconti di viaggio e introspezioni a volte profonde e a volte goliardiche. Motociclisti si nasce. E in alcuni casi si diviene, nel senso che col passare del tempo cambiano la percezione delle sensazioni date dal viaggiare su due ruote ed il modo di vivere la propria passione. Questo blog raccoglie foto e pensieri nati dopo la pubblicazione del libro.
venerdì 27 marzo 2015
giovedì 19 marzo 2015
martedì 13 gennaio 2015
Pochi minuti di immagini, un mare di emozioni, qualche considerazione.
Sono passati 10 anni dalla mia prima esperienza di deserto e quasi 5 dall'ultima volta che misi le ruote di una moto dentro quella splendida sensazione che è guidare nella sabbia africana.
Il video dell'inarrivabile - umanamente e tecnicamente parlando - e compianto Meoni mi ha ritrasportato là, tra le dune dei deserti che ho percorso.
Ma non sono state le sole immagini quanto le sue parole a darmi i brividi.
La paura, il blocco da essa provocato, gli altri piloti con cui stai correndo al limite, il rapporto con la moto, tanto intimo da far si che ci si parli assieme raccomandandosi che tutto vada bene.
" Dai Moto.... forza Moto..."
E' una incitazione a se stessi per uscire da quel tunnel di insicurezza che il procedere ad alta velocità sul terreno inconsistente necessariamente crea in te.
Si, quel senso di instabilità che chi ha corso nelle sottili sabbie sahariane ben ricorda, e che rappresenta in fondo, nella mia esperienza di vita, anche la vacuità delle nostre certezze umane...
Ma anche delle sue certezze: laggiù lui concluse pochi anni dopo la sua breve vita da eroe.
Mi ritornano in mente le dune altissime, le cadute, le costole incrinate, i due colori dominati, quello del cielo e quello della sabbia, il fumo dei fuochi di legno di acacia, i panini con tonno in scatola e sabbia, gli occhi dei compagni di avventura colmi di silenziosa meraviglia e lucidi per la fatica e il vento polveroso, il rumore dei monocilindrici che rompeva la quiete eterna del deserto con toni sempre diversi imposti dal rotolare delle ruote tassellate, che venivano ora risucchiate ora sputate dalla sabbia.
Ricordo il giorno in cui ho voluto fissare su di me per sempre, anche esteriormente, tutte queste sensazioni, con un tatuaggio le cui lettere arabe riportano il soprannome di un altro eroico viaggiatore del deserto, László Von Almásy che in altri tempi e con altri mezzi fu ammaliato dal mistero di Zerzura.
Ricordo che tra un viaggio e l'altro curavo il mio fisico per arrivare al giorno della partenza preparato e allenato, con la resistenza necessaria; esercizi in palestra, nuoto, tanto enduro nostrano con la mia Yamaha. E stavo bene, sicuramente più di adesso, dentro e fuori.
Da allora nella mia vita sono cambiate tante cose e non so se e quando tornerò a provare nuovamente l'emozione di domare una moto che serpeggia nella sabbia. Emozione unica e impareggiabile e, lasciatemi dire, non per tutti.
Ero solo, da solo a confrontarmi con le mie capacità, con i miei riflessi, con la mia resistenza, con tutte le insidie di un ambiente ostile e primordiale. Potevo contare solo su di me per sopravvivere perchè il minimo errore poteva essere causa di conseguenze estreme.
Se sbagliavo era colpa mia, solo mia e dovevo poi fare i conti solo con me stesso, o con quello che ne rimaneva...
Quando il giorno finiva mettevo da parte il mio individualismo estremo e mi sedevo davanti ad un fuoco con tutti gli altri per condividere le mie esperienze e le mie emozioni in un momento catartico, assolutamente piacevole e necessario.
Tutto questo pathos non sono riuscito a trovarlo nelle esperienze vissute successivamente con altre attività che ho intrapreso.
E' mancata l'adrenalina, è mancatala la preparazione, è mancato il climax crescente man mano che si avvicinava "il giorno".
Ma forse mi è mancata più di tutto la solitudine. Si, quella completa solitudine in cui metti alla prova te stesso, in cui te la giochi alla pari con la signora in nero.
E allora mi faccio una promessa.
Ancora una volta... si, almeno ancora una volta voglio immergermi nel grande mare di sabbia, senza vele, senza equipaggio, senza null'altro che un casco in testa, degli stivali acciaccati ai piedi e una moto sotto il culo, e correre, correre, correre, lasciando alle mie spalle una nuvola di sabbia che dopo poco, cadendo al suolo, coprirà ogni traccia del mio passaggio.
Da solo.
![]() |
| link al video Vai Moto... Fabrizio Meoni 2001 |
Il video dell'inarrivabile - umanamente e tecnicamente parlando - e compianto Meoni mi ha ritrasportato là, tra le dune dei deserti che ho percorso.
Ma non sono state le sole immagini quanto le sue parole a darmi i brividi.
La paura, il blocco da essa provocato, gli altri piloti con cui stai correndo al limite, il rapporto con la moto, tanto intimo da far si che ci si parli assieme raccomandandosi che tutto vada bene.
" Dai Moto.... forza Moto..."
E' una incitazione a se stessi per uscire da quel tunnel di insicurezza che il procedere ad alta velocità sul terreno inconsistente necessariamente crea in te.
Si, quel senso di instabilità che chi ha corso nelle sottili sabbie sahariane ben ricorda, e che rappresenta in fondo, nella mia esperienza di vita, anche la vacuità delle nostre certezze umane...
Ma anche delle sue certezze: laggiù lui concluse pochi anni dopo la sua breve vita da eroe.
Mi ritornano in mente le dune altissime, le cadute, le costole incrinate, i due colori dominati, quello del cielo e quello della sabbia, il fumo dei fuochi di legno di acacia, i panini con tonno in scatola e sabbia, gli occhi dei compagni di avventura colmi di silenziosa meraviglia e lucidi per la fatica e il vento polveroso, il rumore dei monocilindrici che rompeva la quiete eterna del deserto con toni sempre diversi imposti dal rotolare delle ruote tassellate, che venivano ora risucchiate ora sputate dalla sabbia.
Ricordo il giorno in cui ho voluto fissare su di me per sempre, anche esteriormente, tutte queste sensazioni, con un tatuaggio le cui lettere arabe riportano il soprannome di un altro eroico viaggiatore del deserto, László Von Almásy che in altri tempi e con altri mezzi fu ammaliato dal mistero di Zerzura.
Ricordo che tra un viaggio e l'altro curavo il mio fisico per arrivare al giorno della partenza preparato e allenato, con la resistenza necessaria; esercizi in palestra, nuoto, tanto enduro nostrano con la mia Yamaha. E stavo bene, sicuramente più di adesso, dentro e fuori.
Da allora nella mia vita sono cambiate tante cose e non so se e quando tornerò a provare nuovamente l'emozione di domare una moto che serpeggia nella sabbia. Emozione unica e impareggiabile e, lasciatemi dire, non per tutti.
Ero solo, da solo a confrontarmi con le mie capacità, con i miei riflessi, con la mia resistenza, con tutte le insidie di un ambiente ostile e primordiale. Potevo contare solo su di me per sopravvivere perchè il minimo errore poteva essere causa di conseguenze estreme.
Se sbagliavo era colpa mia, solo mia e dovevo poi fare i conti solo con me stesso, o con quello che ne rimaneva...
Quando il giorno finiva mettevo da parte il mio individualismo estremo e mi sedevo davanti ad un fuoco con tutti gli altri per condividere le mie esperienze e le mie emozioni in un momento catartico, assolutamente piacevole e necessario.
Tutto questo pathos non sono riuscito a trovarlo nelle esperienze vissute successivamente con altre attività che ho intrapreso.
E' mancata l'adrenalina, è mancatala la preparazione, è mancato il climax crescente man mano che si avvicinava "il giorno".
Ma forse mi è mancata più di tutto la solitudine. Si, quella completa solitudine in cui metti alla prova te stesso, in cui te la giochi alla pari con la signora in nero.
E allora mi faccio una promessa.
Ancora una volta... si, almeno ancora una volta voglio immergermi nel grande mare di sabbia, senza vele, senza equipaggio, senza null'altro che un casco in testa, degli stivali acciaccati ai piedi e una moto sotto il culo, e correre, correre, correre, lasciando alle mie spalle una nuvola di sabbia che dopo poco, cadendo al suolo, coprirà ogni traccia del mio passaggio.
Da solo.
mercoledì 29 ottobre 2014
Ladakh
Va bene. E anche questa l’abbiamo fatta.
Così, quasi per caso, senza premeditazione, forse.
Il reperto di archeologia motociclistica parte al primo colpo ed il suo mono pompa dolcemente al ritmo di un mantra.
Mi immetto nel traffico di Leh, con un briciolo di timore.
A Hemis arriviamo sotto qualche fiocco di neve. Se capitassimo in una nevicata a queste quote con il casco jet e il calzino di cotone credo avremmo qualche problema…
Magica è la confluenza dello Zanskar nell’Indo… due fiumi, due acque dai colori differenti, che procedono verso valle divisi e uniti nello stesso tempo, e che continuano a mantenere per un lungo tratto la loro individualità, prima di fondersi in qualcosa di nuovo.
Dopo aver consumato sotto i loro occhi curiosi il pasto chiedo a gesti quanto debba pagare, porgo loro 100 rupie che rifiutano respingendo con forza la mia mano. Ospitalità inattesa ma che non mi sorprende.
È importante la scuola in queste valli. Lo abbiamo capito il giorno prima a Karu, dove dopo aver mangiato un dal bath in un locale sulla strada impolverata, schifato da un gruppo di giovani turisti occidentali scesi da un fuoristrada Tata col loro driver, abbiamo chiesto quanto dovevamo pagare alla giovane donna che ci aveva servito e lei ha chiamato il figlio di 10 anni appena uscito da scuola e ancora con la sua divisa, che ci ha detto fiero “ one forty, please”. Conoscere le lingue straniere permette a queste popolazioni di poter gestire il turismo e quindi di avere una fonte di guadagno.
Così, quasi per caso, senza premeditazione, forse.
È ottobre, sono nel Ladakh per iniziare il mio viaggio in India e voglio vedere i monasteri buddisti disseminati nella valle dell’Indo.
E se invece che trovare un autista che ci accompagni, ci muovessimo autonomamente in moto, dico una sera alla mia compagna di viaggio?
Why not?
È la risposta che volevo! E fu Ladakh per caso...
Lungo la via principale di Leh affittano delle moto, ancora per pochi giorni perché la stagione turistica sta finendo prima del grande freddo.
C’è anche una Royal Enfield, nera, vecchia, irresistibile.
Concordo di tornare il giorno dopo e prendere la moto per 2 giorni, durante i quali conto di percorrere circa 300 km a est ed ad ovest della città lungo la strada che corre nella valle del fiume Indo.
C’è anche una Royal Enfield, nera, vecchia, irresistibile.
Concordo di tornare il giorno dopo e prendere la moto per 2 giorni, durante i quali conto di percorrere circa 300 km a est ed ad ovest della città lungo la strada che corre nella valle del fiume Indo.
La mattina alle nove siamo li, con tanto di carta stradale del Ladakh magicamente trovata in questa piccola e sperduta città.
L’abbigliamento non è l’ideale per affrontare la strada su due ruote ad altitudini che variano dai 3500 ai 4000 metri, in autunno: jeans, giacca North Face, scarpe da trekking leggero, kefiah da beduino della Giordania e un paio di vecchi guanti che il mio inconscio mi aveva fatto casualmente mettere nel borsone.
I caschi giocattolo sono gentilmente forniti dal noleggiatore.
A me spetta un jet; per cavalleria lascio l’integrale alla compagna poco avvezza al vento sulle gengive.
Il reperto di archeologia motociclistica parte al primo colpo ed il suo mono pompa dolcemente al ritmo di un mantra.
Mi immetto nel traffico di Leh, con un briciolo di timore.
Si sa, gli indiani hanno un concetto tutto loro di circolazione stradale… ma tutto sommato basta adattarsi al caos primordiale, lasciarsi trascinare dalla corrente, rimuovere ogni conoscenza delle regole, e suonare, suonare sempre il clacson.
La Royal Enfield d’altra parte è una moto facile e ha prestazioni tanto tranquille che non riesci proprio ad andare veloce. Meglio, perché l’efficacia dei freni è un concetto non sviluppato nel progetto.
Inizia quindi il nostro peregrinare per due giorni alla ricerca dei monasteri: Hemis, Thiksey, Alchi, Likir tanto per citare i più belli.
L’atmosfera che vi si respira, le preghiere e le puje dei monaci, giovani o vecchi che siano, dal viso sempre sereno, l’odore di incenso, i paesaggi che si ammirano dai tetti, le bandiere di preghiera colorate, i chorten bianchi, le lunghe mura ricoperte di pietre mani con i mantra scolpiti.
È tutto fantastico e da vivere in prima persona perché le parole non bastano.
Ma tra un monastero e l’altro c’è la strada vuota, senza traffico.
E c’è lo spostamento, con quelle piccole grandi esperienze di contatto umano che ci fanno amare viaggiare.
Guido tra montagne enormi, correndo su altipiani brulli e desertici, arrampicandomi curva dopo curva e ridiscendendo improvvisamente.
Il panorama è spettacolare. Davvero.
La Royal Enfield non ha ciclistica, è un mattone, ma non importa. Qui è più importante ammirare ciò che hai intorno, immenso, e viaggiare a 50 kmh lo consente.
Vorrei salire al Thorong La, il passo più alto del mondo, ma fa freddo, troppo freddo. Già a 4000 mt facciamo fatica a resistere con i vestiti che abbiamo addosso; figuriamoci a 5400 mt…
La Royal Enfield non ha ciclistica, è un mattone, ma non importa. Qui è più importante ammirare ciò che hai intorno, immenso, e viaggiare a 50 kmh lo consente.
Vorrei salire al Thorong La, il passo più alto del mondo, ma fa freddo, troppo freddo. Già a 4000 mt facciamo fatica a resistere con i vestiti che abbiamo addosso; figuriamoci a 5400 mt…
A Hemis arriviamo sotto qualche fiocco di neve. Se capitassimo in una nevicata a queste quote con il casco jet e il calzino di cotone credo avremmo qualche problema…
Magica è la confluenza dello Zanskar nell’Indo… due fiumi, due acque dai colori differenti, che procedono verso valle divisi e uniti nello stesso tempo, e che continuano a mantenere per un lungo tratto la loro individualità, prima di fondersi in qualcosa di nuovo.
Il fiume che si immette in un altro fiume non muore, origina una sua nuova vita, inizia un nuovo viaggio.
Mentre contempliamo lo spettacolo si fermano vicino a noi dei turisti indiani, di Calcutta, scendono dall’auto, ci fotografano, ci chiedono da dove veniamo.
Simpatici, ma ci fanno sentire esemplari di una specie rara e soprattutto comprendere che il nostro vizio di fotografare durante i viaggi le persone “esotiche” andrebbe gestito con grande tatto nel rispetto della loro individualità.
Simpatici, ma ci fanno sentire esemplari di una specie rara e soprattutto comprendere che il nostro vizio di fotografare durante i viaggi le persone “esotiche” andrebbe gestito con grande tatto nel rispetto della loro individualità.
Quando arriviamo ad Alchi, un villaggio lontano dalla strada principale e al di la dell’Indo, abbiamo fame.
Mentre camminiamo tra antichi chorten cerchiamo un segno, una traccia che ci mostri che anche li può esistere un posto dove mangiare, vediamo due donne dai chiari tratti tibetani che ci porgono attraverso una rete dei piatti di riso condito con frutta secca e dei biscotti. Non ha l’aria di essere un ristorante…
Ci avviciniamo e spontaneamente prendiamo tra le mani quello che ci offrono ed entriamo nel cortile della casa. Ci sono dei tavolini e delle stuoie su cui ci sediamo per mangiare, rigorosamente con le mani, quanto ci è stato offerto.
Mentre camminiamo tra antichi chorten cerchiamo un segno, una traccia che ci mostri che anche li può esistere un posto dove mangiare, vediamo due donne dai chiari tratti tibetani che ci porgono attraverso una rete dei piatti di riso condito con frutta secca e dei biscotti. Non ha l’aria di essere un ristorante…
Ci avviciniamo e spontaneamente prendiamo tra le mani quello che ci offrono ed entriamo nel cortile della casa. Ci sono dei tavolini e delle stuoie su cui ci sediamo per mangiare, rigorosamente con le mani, quanto ci è stato offerto.
Una delle donne ci raggiunge e ci versa due bicchieri di una specie di sidro fermentato di mela leggermente alcolico.
Dopo aver consumato sotto i loro occhi curiosi il pasto chiedo a gesti quanto debba pagare, porgo loro 100 rupie che rifiutano respingendo con forza la mia mano. Ospitalità inattesa ma che non mi sorprende.
Continuiamo a camminare in questo villaggio e troviamo una scuola con pochi bambini che giocano nel cortile. Il cancello è aperto ed entriamo.
Una maestra si affaccia da un edificio e ci fa segno di entrare. Siamo ospitati dall’intero “corpo docenti” della scuola nella “sala professori”.
4 donne e 1 uomo che per fortuna parla inglese e fa da interprete, che curiosi chiedono di noi, dell’Italia, dei nostri lavori e ci spiegano che hanno 9 alunni e pochi soldi dallo stato e che sono dispiaciuti per non poter dare insegnamento a più ragazzi.
Dopo il canonico the tibetano con sale e burro, siamo pronti a ripartire, la strada per tornare a Leh è lunga e viene buio presto.
È importante la scuola in queste valli. Lo abbiamo capito il giorno prima a Karu, dove dopo aver mangiato un dal bath in un locale sulla strada impolverata, schifato da un gruppo di giovani turisti occidentali scesi da un fuoristrada Tata col loro driver, abbiamo chiesto quanto dovevamo pagare alla giovane donna che ci aveva servito e lei ha chiamato il figlio di 10 anni appena uscito da scuola e ancora con la sua divisa, che ci ha detto fiero “ one forty, please”. Conoscere le lingue straniere permette a queste popolazioni di poter gestire il turismo e quindi di avere una fonte di guadagno.
Particolarmente bello è il tratto di strada che da ovest rientra nella capitale: decine di chilometri di rettilineo che scende da un vasto altipiano e sullo sfondo, prima lontanissimo e via via sempre più vicino il palazzo reale di Leh abbarbicato sulla cima di ripido colle a sovrastare la città.
Rientrati a Leh il secondo giorno, riportiamo la moto all’agenzia di noleggio e la salutiamo; è stata un’onesta compagna di viaggio, parca nei consumi, sempre pronta ad accompagnarci con la sua flemma indiana su e giù per le montagne.
È stata una esperienza breve, fatta di pochi chilometri, un po’ di freddo, ma tante emozioni.
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Ubicazione:
India
venerdì 8 agosto 2014
In viaggio con papà
1 tenda,
2 moto,
4 giorni,
10 anni il Beta 50,
25 anni l' Xt600z,
721 i chilometri percorsi, da Milano al Col du Sommeiler passando per l'Assietta.
Un padre e un figlio che partono insieme per la prima volta, su due ruote.


2 moto,
4 giorni,
10 anni il Beta 50,
25 anni l' Xt600z,
Un padre e un figlio che partono insieme per la prima volta, su due ruote.


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Ubicazione:
Valle di Susa
martedì 1 luglio 2014
In una fresca e limpida mattina d'estate, andando sul lago di como con il 3aj a cercare una barca a vela per un giorno, in cui portare poi a navigare i compagni di tanti kilometri di curve, asfalto e sterrati, perdendosi, come al solito, in chiacchiere infinite e sogni di viaggi in terre lontane, scivolando veloci tra breva e tivano.
mercoledì 4 giugno 2014
Gente del Marocco
Gente del Marocco.
Viaggiare sulle strade del Marocco è un esperienza unica. Non solo per la bellezza del paesaggio, per l'intensità della luce, per il profumo di Africa che ti avvolgono tutti insieme. Anche per l'incredibile varietà di personaggi che incontri quotidianamente, così pregni di umanità e di umiltà e tanto lontani, con i loro spontanei e inconsci atteggiamenti da palcoscenico, dal clichè dei rapporti sociali di tutti i giorni.
Nell'ultimo viaggio in questo bellissimo paese questi sono i personaggi della commedia umana vissuta in terra maghrebina.
Il figlio del parcheggiatore
E' sera a Ouarzazate; ci spostiamo dall’albergo alla kasbah. C’è in giro poca gente ed il parcheggio ai piedi delle vecchie mura è vuoto. Entriamo, parcheggiamo, facciamo un breve giro ed al ritorno troviamo un ragazzino di massimo 10 anni accompagnato da un amichetto. Ci chiede la solita moneta da 10 dirham che è abituale lasciare ai custodi che trovate in ogni parcheggio di ogni città del Marocco. Gli chiedo perchè e risponde tranquillo dicendo che è il figlio del parcheggiatore….. Un grande! Finisce con 5 dirham a testa per lui e l’amico. Come resistere alla fantasia ed alla faccia tosta!?!La berbera del “restaurant”
Ora di pranzo nella valle del Draa, tra Ouarzazate e Zagora. Appare sulla sinistra, su un balcone naturale affacciato sul palmeto, un muro di recinzione bianco con la scritta Restaurant ed una bandiera marocchina che sventola. Parcheggiamo ed esce una berbera; c’est possible manger ici, le chiedo. Fa cenno di si con la testa ed entriamo dietro a lei che ci fa strada in un giardino pieno di alberi tra cui si intravedono edifici diroccati, con i vetri rotti. Ci conduce su uno spiazzo da cui si gode un panorama meraviglioso e nel quale ci sono due tavoli di plastica con relative sedie, databili sicuramente nello scorso millennio. L’abito della nostra ospite presenta macchie di unto in più punti, per tacer dei piedi inciabattati….. Amiamo il rischio, e tanto siamo vaccinati. Ci accomodiamo e cerchiamo di capire cosa offre la cucina: menu mono portata, tajine… Ci rilassiamo al sole per un ora, giusto il tempo necessario alla cottura. Nonostante tutto carne e verdure erano ottimi, magari non proprio abbondante la porzione, ma ce ne andiamo soddisfatti, non prima che un tipo, forse il figlio, sia passato a chiederci in prestito una penna che serviva a scrivere il conto….

I venditori di Zagora
Parcheggiamo sulla via principale e tempo 3 minuti e 50 metri diciamo no alle seguenti proposte: un tappeto proposto da un tipo che ha il cugino che abita a Mantova, una guida per non ho capito dove; uno shesh contro il sole (che stava tramontando…); una jellaba per me e per i ragazzi; cediamo solo all’acquisto di uno stick di burocacao ed a 4 frullati freschi, peraltro non propostici ne dal farmacista ne dal barista….
Alì d’Amezrou
Forse l’unico marocchino stressato, una rarità! Ci fermiamo ad Amezrou per cercare l’accesso al palmeto ed alla kasbah e nello specchietto laterale vedo che arriva correndo questo ragazzo, con pantalone gessato giubbotto beige e scarpa nera impolverata; elegante direi. Si propone come guida e ci chiede 50 dirham, concordiamo per 30 e partiamo di corsa, nel vero senso della parola, verso il palmeto. Alì va veloce e continua a gridare: le jardin d’Amezrou, le grand jardin! c’est tres tres beaux. Je suis Ali d’Amezrou. Le jardin, le grand jardin…. e ride. E poi ricomincia con la cantilena. Gli stiamo dietro a fatica. Se ci fermiamo a fare una foto lo perdiamo di vista. Si arrampica anche su una palma, con la sue scarpe nere con la suola di cuoio…. entriamo nella kasbah e ogni volta che passiamo vicino a dei muri crollati sottolinea: la maison a tombeè e ride. E’ poi il turno della maison de Millah, ripetuto innumerevoli volte: ci porta da una berbera in carne che ci apre una porta chiusa a chiave e ci fa entrare in una stanza della kasbah ottimamente conservata: è la maison de Millah ma ancora non abbiamo capito se la berbera si chiama Millah. L’unica certezza è che le abbiamo lasciato 5 dirham. Finito il tour insiste per portarci a casa sua a conoscere la sua famiglia. Dobbiamo dirgli no almeno 10 volte prima che ci lasci partire. Usciamo divertiti da questa esperienza ed il motto le grand jardin tres tres beaux diventa il tormentone del nostro viaggio….

I cammellieri delle dune di Tindouf
Sono sotto le dune, da soli con le loro annoiate bestie, senza che i pochi viaggiatori che si fermano li degnino di uno sguardo. Provano ad offrirmi la “cammellata” intorno alle dune. Gli dico che stiamo andando a M’hamid. Si lamentano dicendo che tutti vanno laggiù e nessuno li fa lavorare. Poco felicemente faccio la battuta: andate anche voi a M’hamid così trovate i clienti…. Non apprezzano. Gli offro qualche sigaretta rifiutando la proposta di comprargli almeno uno shesh. Ripartiamo, lasciandoli la in mezzo alla sabbia a far niente….
Il professore al bar
Tagounite: villaggio di frontiera al limitar del vero deserto. Pausa pranzo in bar ristorante sulla strada principale, l’unica strada del paese direi… In attesa delle brochette e delle omelette ordinate al cameriere – cuoco – gestore tuttofare del locale mi guardo intorno. Ad un tavolo è seduto un giovane marocchino, distinto, pulito, abiti occidentali, con gli occhiali e le movenze delicate. Beve una spremuta di arancia. Mi chiedo cosa ci faccia in un posto come questo. Dopo un po’ arriva un ragazzino, nero, con dei libri in mano. Lo saluta stringendogli la mano e si siede con lui ad un altro tavolo, all’ombra. Apre un quaderno ed insieme cominciano a leggere. Il giovane distinto gli spiega la lezione ed il ragazzino nero lo segue con attenzione. Ripetizioni nel deserto…. Una scena bellissima!
La guida Zaid
Puntuale si presenta all’appuntamento a M’hamid. Deve venire con noi per aprire il cancello della recinzione dell’Oasi Sacra, dove pernotteremo ed il giorno dopo fare con noi la traversata dell’erg Chegaga e del plateaux d’Iriqui, fino a reincontrare l’asfalto a Foum Zguid. E’ berbero, ha 21 anni, una tunica blu sopra i jeans, scarpe da tennis e un sorriso furbo e pulito. Parla poco anche perché non conosce molto bene il francese, ma ci capiamo. Da Foum Zguid doveva tornare da solo a M’hamid; gli ho chiesto come faceva e mi ha detto che prendeva le petit train che passava da Zagora ma non sapeva quando partiva e quindi quando sarebbe ritornato a casa… L’abbiamo invitato a pranzo con noi a Foum e quando ho chiesto il conto si è offerto di pagare la sua parte, cosa che ovviamente ho rifiutato categoricamente. Sono stato proprio felice di lasciargli una bella mancia. Forse è per quello che quando ci siamo salutati mi ha abbracciato come se fossi un suo vecchio amico….
Il nomade autostoppista
Mezzogiorno passato e mancano una ventina di chilometri di pista a Foum Zguid. A lato della pista vedo un vecchio berbero che mi fa cenno di fermarmi. Chiede un passaggio per andare in città. Zaid gli parla e ci dice che è un pastore e sta camminando da tutta la mattina verso Foum. Poco più avanti troviamo un altro vecchio che chiede anche lui il passaggio. La cosa che mi sorprende è come queste persone siano abituate a partire a piedi per attraversare decine di chilometri di deserto senza sapere se e quando arriveranno alla metà, insciallah...
Il militare in licenza
Pomeriggio, tra Foum Zguid e Tata, percorrendo una fantastica strada in mezzo al nulla. Parcheggiamo nello spiazzo antistante la cascata di Tissint. Due giovani uomini seduti su un sasso si alzano al nostro arrivo e si allontanano. Ci affacciamo a vedere la piccola cascata che si getta nel fiume. Si avvicinano e uno dei due chiede da dove veniamo. Ci da delle informazioni sul fiume, sulla cascata, sul villaggio e poi inizia a parlare di se. Lavora a Laayoune ed è in vacanza nel suo paese natale insieme all’amico. Gli chiedo che lavoro fa e mi risponde che un militare…. Non lo invidio, nei territori dell’ex Sahara Occidentale non deve essere molto tranquillo lavorare nell’esercito. L’amico invece studia storia egiziana e dei paesi arabi all’università. Quando gli dico che in Italia non ci insegnano la storia del mondo arabo la sua risposta mi gela: lo so io il perché, perché voi occidentali avete paura di noi, credete che siamo tutti integralisti e terroristi! La discussione si fa interessante e delicata…. In breve, passando dalle crociate alla guerra in Iraq, attraversando Palestina e Afghanistan ci fa un quadro molto preciso del suo pensiero, concludendo che gli arabi amano la pace, ma se qualcuno va nei loro territori e li occupa allora si incazzano (con esplicito riferimento alla Palestina) e che la colpa di tutte le ultime guerre è nel capitalismo sionista, che controlla i mercati ed in particolare quello del petrolio. Per parte nostra abbiamo sottolineato che nelle nostre società, europea e araba, ci sono persone giuste e persone indegne. Le prime sono quelle che accettano e si confrontano con la diversità di cultura e religione grazie allo studio ed ai viaggi. Noi apparteniamo a questa categoria ed il fatto di viaggiare da soli nei paesi arabi ne è una dimostrazione. Per riportare la conversazione su temi più leggeri, ovviamente abbiamo poi parlato di bunga bunga…..
Pomeriggio, tra Foum Zguid e Tata, percorrendo una fantastica strada in mezzo al nulla. Parcheggiamo nello spiazzo antistante la cascata di Tissint. Due giovani uomini seduti su un sasso si alzano al nostro arrivo e si allontanano. Ci affacciamo a vedere la piccola cascata che si getta nel fiume. Si avvicinano e uno dei due chiede da dove veniamo. Ci da delle informazioni sul fiume, sulla cascata, sul villaggio e poi inizia a parlare di se. Lavora a Laayoune ed è in vacanza nel suo paese natale insieme all’amico. Gli chiedo che lavoro fa e mi risponde che un militare…. Non lo invidio, nei territori dell’ex Sahara Occidentale non deve essere molto tranquillo lavorare nell’esercito. L’amico invece studia storia egiziana e dei paesi arabi all’università. Quando gli dico che in Italia non ci insegnano la storia del mondo arabo la sua risposta mi gela: lo so io il perché, perché voi occidentali avete paura di noi, credete che siamo tutti integralisti e terroristi! La discussione si fa interessante e delicata…. In breve, passando dalle crociate alla guerra in Iraq, attraversando Palestina e Afghanistan ci fa un quadro molto preciso del suo pensiero, concludendo che gli arabi amano la pace, ma se qualcuno va nei loro territori e li occupa allora si incazzano (con esplicito riferimento alla Palestina) e che la colpa di tutte le ultime guerre è nel capitalismo sionista, che controlla i mercati ed in particolare quello del petrolio. Per parte nostra abbiamo sottolineato che nelle nostre società, europea e araba, ci sono persone giuste e persone indegne. Le prime sono quelle che accettano e si confrontano con la diversità di cultura e religione grazie allo studio ed ai viaggi. Noi apparteniamo a questa categoria ed il fatto di viaggiare da soli nei paesi arabi ne è una dimostrazione. Per riportare la conversazione su temi più leggeri, ovviamente abbiamo poi parlato di bunga bunga…..
Il pescatore di Agadir
Passeggiamo sulla spiaggia di Agadir, diretti verso il porto. E’ l’ora di pranzo e vogliamo andare dove so che cucinano il pesce appena pescato e te lo servono sui tavolacci di legno a prezzi marocchini. Ci affianca un vecchio, maglietta rossa, rughe sul viso e bocca sdentata. Solito attacco, siete italiani? ( e che ce lo leggono in faccia?) io conosco l’Italia, etc etc , e ci dice che è un pescatore e che più avanti, sulla destra si può mangiare il pesce fresco, non come quello dei ristoranti che è congelato. Lo ringrazio della indicazione. Facciamo una deviazione e lui ci lascia. Riprendiamo la strada per il porto e lui riappare. Ci fermiamo a fumare una sigaretta e lui si allontana. Riprendiamo a camminare e lui è di nuovo da noi. A questo punto è chiaro che ci vuole accompagnare al mercato del pesce e tutto sommato ci va bene perché non è proprio facile da trovare. Dopo esserci infilati in un parcheggio impolverato tra auto e mendicanti, a lato del quale si trova una serie di banchi del pesce con annessa cucina ci conduce al n. 21 e ci presenta ad un altro vecchio che dice essere suo fratello. Accoglienza molto calda e simpatica, gran mangiata di pesce alla griglia e frittura, in compagnia di commensali rigorosamente locali con cui dividiamo panca e tavolata. Ed il nostro pescatore? Seduto in un angolo a bere il tè, defilato e solitario. Terminato il pranzo paghiamo e ci alziamo. Ovviamente si alza anche lui e riattacca: morale, è ovvio che vuole la mancia per averci portato fino lì. Con una bella faccia tosta chiede 150 dirham (la metà di quello che abbiamo speso per mangiare e bere in 4 !), dicendo che gli servono i soldi per comprare da mangiare ai figli. Estraggo dalla tasca una banconota da 50, gliela metto in mano e lo saluto.
Passeggiamo sulla spiaggia di Agadir, diretti verso il porto. E’ l’ora di pranzo e vogliamo andare dove so che cucinano il pesce appena pescato e te lo servono sui tavolacci di legno a prezzi marocchini. Ci affianca un vecchio, maglietta rossa, rughe sul viso e bocca sdentata. Solito attacco, siete italiani? ( e che ce lo leggono in faccia?) io conosco l’Italia, etc etc , e ci dice che è un pescatore e che più avanti, sulla destra si può mangiare il pesce fresco, non come quello dei ristoranti che è congelato. Lo ringrazio della indicazione. Facciamo una deviazione e lui ci lascia. Riprendiamo la strada per il porto e lui riappare. Ci fermiamo a fumare una sigaretta e lui si allontana. Riprendiamo a camminare e lui è di nuovo da noi. A questo punto è chiaro che ci vuole accompagnare al mercato del pesce e tutto sommato ci va bene perché non è proprio facile da trovare. Dopo esserci infilati in un parcheggio impolverato tra auto e mendicanti, a lato del quale si trova una serie di banchi del pesce con annessa cucina ci conduce al n. 21 e ci presenta ad un altro vecchio che dice essere suo fratello. Accoglienza molto calda e simpatica, gran mangiata di pesce alla griglia e frittura, in compagnia di commensali rigorosamente locali con cui dividiamo panca e tavolata. Ed il nostro pescatore? Seduto in un angolo a bere il tè, defilato e solitario. Terminato il pranzo paghiamo e ci alziamo. Ovviamente si alza anche lui e riattacca: morale, è ovvio che vuole la mancia per averci portato fino lì. Con una bella faccia tosta chiede 150 dirham (la metà di quello che abbiamo speso per mangiare e bere in 4 !), dicendo che gli servono i soldi per comprare da mangiare ai figli. Estraggo dalla tasca una banconota da 50, gliela metto in mano e lo saluto.
Ci sarebbero anche Brahim dell’hotel La petite kasbah di Zagora, la guida della biblioteca di Tamegroute, Yasmine dell’agenzia Iriqui di Ouarzazate, i finti tuareg di M’hamid, il musicista di Tafraoute e tutti i venditori di merci varie o sogni che ci hanno fermato per strada.
Magari ne parliamo un'altra volta...
lunedì 19 maggio 2014
Una giornata calma
Una giornata calma.
Lasci Milano con calma, è domenica mattina.
Guidi con calma, tanto i chilometri da fare sono
pochi.
Cerchi la strada con calma, tanto ad accendere
la brace fai sempre in tempo.
Si viaggia con calma; i 9 cilindri delle nostre 6
moto sono i compagni di viaggio.
I 90 chilometri all’ora sono la velocità giusta
per rilassarsi nel paesaggio che si trasforma dal grigio al verde.
Le 6 moto viaggiano con calma, una dietro
all’altra, senza mai un sorpasso.
Si arriva con calma e apri la prima birra, con
calma.
Chiacchieri, con calma, perchè i silenzi tra una battuta e l'altra ti permettono di ascoltare il canto degli uccelli e di immagazzinare le sensazioni di quel panorama ondulato che si apre davanti agli occhi.
Abbiamo tutti bisogno di rilassarci, è evidente.
La carne cuoce sulla brace, le bottiglie vuote
si accumulano una accanto all’altra, i posacenere si riempiono; intorno al
terrazzo non cambia nulla invece.
Solo il sole si muove, e le foglie, mosse dal
vento. Ma queste tornano subito al loro posto.
Salsiccia, costine, braciole, melanzane,
peperoni diventano tutti assieme i protagonisti, ma sempre con calma.
La marmellata al peperoncino havanero ha il suo
perché, soprattutto sulla carne grigliata, ma non scaccia neanche lei la calma,
ospite d’onore della giornata.
Caffè, grappa, gelato, un paio di bulloni da
serrare, e di nuovo in sella con il sole ancora negli occhi, come stamattina,
ma più basso. I fari delle moto incrociano i suoi raggi, senza reverenza.
E noi sopra le moto, sempre più calmi.
Prima della città le sei moto diventano 5, e poi
2 e poi 1. Un cenno di saluto accompagna ogni divisione; non c’è bisogno di
altro per concludere la giornata.
Con calma.
domenica 23 marzo 2014
Quando il cielo è completamente azzurro, quando il sole scalda già dal mattino, quando la primavera non è solo una stagione ma è anche uno stato dell'anima, allora parto per attraversare la pianura, il fiume, le campagne diretto a quello splendido balcone naturale che si chiama Mottarone.
Il tutto percorrendo rigorosamente solo strade secondarie, ben lontano da statali e autostrade.
Lassù, sospeso tra la neve ed il cielo, tiro fuori un panino ed una birra e seduto sulla giacca appoggiata sul prato innevato contemplo.
Non serve nient'altro per stare bene.
Il tutto percorrendo rigorosamente solo strade secondarie, ben lontano da statali e autostrade.
Lassù, sospeso tra la neve ed il cielo, tiro fuori un panino ed una birra e seduto sulla giacca appoggiata sul prato innevato contemplo.
Non serve nient'altro per stare bene.
lunedì 24 febbraio 2014
La pianura ha un fascino discreto. Lo trovo lontano dagli scempi del progresso industriale; lì riesco a rivivere le atmosfere agresti così lontane dalla mia quotidianità, ma che nel mio inconscio si agitano spesso irrinunciabili.
Mi basta lasciare una di quelle strade secondarie che corrono tortuose tra i campi - apparenti incongruenze in un territorio piatto - e imboccare lo sterrato che da qualche parte comunque mi condurrà.
Mi piacciono tantissimo i filari di alberi, piantati chissà quando e cresciuti come isole tra i campi.
Ne osservo le prospettive da tante angolazioni diverse: il fusto degli alberi è cresciuto ribellandosi alla geometria imposta, flettendosi prima a sinistra e poi a destra, sinuoso.
Tutt'intorno è il silenzio; il rumore del traffico non esiste, puoi udire solo lo sbattere delle ali di grossi uccelli, lo scorrere dell'acqua nelle rogge.
Mi siedo sul ciglio del fosso e lascio passare il tempo; sono arrivato senza fretta e ripartirò solo dopo aver fatto un pieno di colori, di azzurri, di verdi e di marroni in tutte le loro tonalità.
Ma anche di rosso e di bianco, i colori del "cavallo" che mi ha portato fin qui e che si fonde perfettamente col paesaggio che mi circonda.
Quando è il momento compio il rito finale, sempre uguale: indosso il casco, infilo i guanti, giro la chiave, premo lo starter, inforco la sella, abbasso gli occhiali, tiro la leva della frizione, innesto la prima e con un filo di gas riparto nella direzione opposta a quella da cui sono arrivato.
Fino al prossimo angolo incantato che troverò sulla mia strada...
Mi basta lasciare una di quelle strade secondarie che corrono tortuose tra i campi - apparenti incongruenze in un territorio piatto - e imboccare lo sterrato che da qualche parte comunque mi condurrà.
Mi piacciono tantissimo i filari di alberi, piantati chissà quando e cresciuti come isole tra i campi.
Ne osservo le prospettive da tante angolazioni diverse: il fusto degli alberi è cresciuto ribellandosi alla geometria imposta, flettendosi prima a sinistra e poi a destra, sinuoso.
Tutt'intorno è il silenzio; il rumore del traffico non esiste, puoi udire solo lo sbattere delle ali di grossi uccelli, lo scorrere dell'acqua nelle rogge.
Mi siedo sul ciglio del fosso e lascio passare il tempo; sono arrivato senza fretta e ripartirò solo dopo aver fatto un pieno di colori, di azzurri, di verdi e di marroni in tutte le loro tonalità.
Ma anche di rosso e di bianco, i colori del "cavallo" che mi ha portato fin qui e che si fonde perfettamente col paesaggio che mi circonda.
Quando è il momento compio il rito finale, sempre uguale: indosso il casco, infilo i guanti, giro la chiave, premo lo starter, inforco la sella, abbasso gli occhiali, tiro la leva della frizione, innesto la prima e con un filo di gas riparto nella direzione opposta a quella da cui sono arrivato.
Fino al prossimo angolo incantato che troverò sulla mia strada...
martedì 18 febbraio 2014
Quando cala la sera ti ritrovi con tanti amici a ripercorrere con le parole le curve che hai disegnato sulle strade dell'Appennino, a ricordare gli aneddoti del passato, a fare i programmi per il futuro. Il vino scioglie la stanchezza.
La giornata è stata lunga.
Sei partito presto con il fresco umido della pianura che ti ha accompagnato per i primi chilometri della giornata.
Ogni tanto il gruppo aumenta: sei solo fino alla prima area di servizio. Lì incontri qualcun'altro e riparti dopo il caffè e la sigaretta. All'uscita dell'autostrada trovi qualcun'altro ed il rombo dei motori si fa ancora più forte.
Iniziano le curve, prima dolci, poi sempre più decise. Scegli il percorso più lungo, più contorto: non è importante arrivare presto ma fare tanta strada. Uno dietro l'altro, come un serpente multicolore.
Piega dopo piega ti avvicini al luogo del raduno, dove ti aspettano gli altri amici provenienti da altre strade ed altri luoghi, da altre vite, tutte però legate ad un unica passione.
Attraversi i paesi e tutti gli sguardi sono su di te, anche quelli degli autovelox...
Ogni tanto fai una sosta; con la sigaretta tra le labbra esterni ammirazione per la guida e per la moto dell'amico che ti ha staccato sempre più lungo la strada.
E alla fine arrivi. Abbracci chi non vedi da tanto tempo, ma anche chi hai visto pochi giorni prima; risate, entusiasmo, adrenalina in eccesso da consumare prima della notte.
Ceni apprezzando i veri sapori della nostra cultura, bevi, tanto.
Aumenta il volume delle voci e delle risate, quasi a voler competere con l'intensità della musica dei motori.
E dopo ti addormenti, vicino al casuale compagno di stanza, sperando nel dormiveglia che non russi. O in una tenda piazzata in mezzo al prato o appoggiato al muro di pietra del casale, sentendo il profumo dei motori che riposano a pochi metri da te.
E tutti aspettano il nuovo sole, per riaccendere la loro moto, salutarsi e ripartire, di nuovo solitari cavalieri.
La giornata è stata lunga.
Sei partito presto con il fresco umido della pianura che ti ha accompagnato per i primi chilometri della giornata.
Ogni tanto il gruppo aumenta: sei solo fino alla prima area di servizio. Lì incontri qualcun'altro e riparti dopo il caffè e la sigaretta. All'uscita dell'autostrada trovi qualcun'altro ed il rombo dei motori si fa ancora più forte.
Iniziano le curve, prima dolci, poi sempre più decise. Scegli il percorso più lungo, più contorto: non è importante arrivare presto ma fare tanta strada. Uno dietro l'altro, come un serpente multicolore.
Piega dopo piega ti avvicini al luogo del raduno, dove ti aspettano gli altri amici provenienti da altre strade ed altri luoghi, da altre vite, tutte però legate ad un unica passione.
Attraversi i paesi e tutti gli sguardi sono su di te, anche quelli degli autovelox...
Ogni tanto fai una sosta; con la sigaretta tra le labbra esterni ammirazione per la guida e per la moto dell'amico che ti ha staccato sempre più lungo la strada.
E alla fine arrivi. Abbracci chi non vedi da tanto tempo, ma anche chi hai visto pochi giorni prima; risate, entusiasmo, adrenalina in eccesso da consumare prima della notte.
Ceni apprezzando i veri sapori della nostra cultura, bevi, tanto.
Aumenta il volume delle voci e delle risate, quasi a voler competere con l'intensità della musica dei motori.
E dopo ti addormenti, vicino al casuale compagno di stanza, sperando nel dormiveglia che non russi. O in una tenda piazzata in mezzo al prato o appoggiato al muro di pietra del casale, sentendo il profumo dei motori che riposano a pochi metri da te.
E tutti aspettano il nuovo sole, per riaccendere la loro moto, salutarsi e ripartire, di nuovo solitari cavalieri.
giovedì 6 febbraio 2014
Viaggiare: spostarsi da un luogo ad un altro lungo un percorso.
Ma anche compiere voli con l'immaginazione.....
Cavalcare il mio 916 giallo faceva prevalere in assoluto il secondo concetto, quello astratto.
non appena il bicilindrico prendeva vita mi calavo in uno stato onirico, accompagnato da suoni e vibrazioni.
Il viaggio non era più solo esteriore. lo scorrere tra le curve dell'appennino o tra i cordoli di un circuito si mischiava indissolubilmente con il percorso interiore, privo di inizio e di fine come il cerchio infinito , e fatto di esaltazione, di rispetto, di emulazione, di estetica e di equilibri dinamici estremi.
martedì 21 gennaio 2014
La duna.
Chi ha provato sa....
La normale convinzione che in salita si apre il gas ed in discesa lo si tiene chiuso in questo caso va messa in un angolo nascosto del nostro abitudinario cervello.
E' il capovolgimento della prospettiva: salendo il gas lo peli quel tanto che basta per galleggiare e avanzare verso il culmine, cercando di riuscire a fermarti proprio li, dove inizia il cambio di pendenza, senza toccare i freni.
Ne prima, perchè altrimenti poi spingi, ne dopo, perchè non sai cosa c'è "dietro l'angolo". e se arrivi troppo veloce ti fai molto male..
E che dire della discesa.
Sei ti sei fermato al punto giusto hai il tempo per ammirare il nuovo paesaggio che si apre ai tuoi occhi, magari fare una foto, aspettare gli altri che stanno arrivando e poi ripartire.
Ma stai attento! siediti sul parafango posteriore e apri il gas; butta dentro tutte le marce che hai senza paura e dimenticati che hai i freni.
L'effetto è quello del decollo dell'aereo, ma al contrario. bellissimo!
La mia prima discesa da una altissima duna del Murzuq non la dimenticherò mai.
Prova invece a iniziare la discesa senza accelerare, cercando di usare la sola forza di gravità.
Chi ha provato lo sa...
Pericoloso, molto pericoloso, l'avantreno affonda nella sabbia e tu ti catapulti in avanti. nella migliore delle ipotesi fai una fatica da bestia a risalire quei metri che ti separano dalla moto, raddrizzarla, risalirci e ritentare: tutto con la sabbia che ti è entrata ovunque.
Chi ha provato sa....
La normale convinzione che in salita si apre il gas ed in discesa lo si tiene chiuso in questo caso va messa in un angolo nascosto del nostro abitudinario cervello.
E' il capovolgimento della prospettiva: salendo il gas lo peli quel tanto che basta per galleggiare e avanzare verso il culmine, cercando di riuscire a fermarti proprio li, dove inizia il cambio di pendenza, senza toccare i freni.
Ne prima, perchè altrimenti poi spingi, ne dopo, perchè non sai cosa c'è "dietro l'angolo". e se arrivi troppo veloce ti fai molto male..
E che dire della discesa.
Sei ti sei fermato al punto giusto hai il tempo per ammirare il nuovo paesaggio che si apre ai tuoi occhi, magari fare una foto, aspettare gli altri che stanno arrivando e poi ripartire.
Ma stai attento! siediti sul parafango posteriore e apri il gas; butta dentro tutte le marce che hai senza paura e dimenticati che hai i freni.
L'effetto è quello del decollo dell'aereo, ma al contrario. bellissimo!
La mia prima discesa da una altissima duna del Murzuq non la dimenticherò mai.
Prova invece a iniziare la discesa senza accelerare, cercando di usare la sola forza di gravità.
Chi ha provato lo sa...
Pericoloso, molto pericoloso, l'avantreno affonda nella sabbia e tu ti catapulti in avanti. nella migliore delle ipotesi fai una fatica da bestia a risalire quei metri che ti separano dalla moto, raddrizzarla, risalirci e ritentare: tutto con la sabbia che ti è entrata ovunque.
mercoledì 8 gennaio 2014
Algeria - Erg Admer
Come tutte le foto che ritraggono chi non sa di essere ritratto, essa trasmette a chi la guarda una sensazione di reale.
Un reale che in questo caso contrasta fortemente con l'ambientazione del deserto e la sua essenza di vuoto.
La curva disegnata dalla duna sullo sfondo è perfetta: sale da sinistra fino al culmine con lieve flessione e dal culmine discende con diversa inclinazione: il medesimo scopo ottenuto con due vie diverse, metafora del reale.
La giornata di guida nel deserto è appena terminata, con le emozioni vissute che restano nel cuore e nello spirito.
E il mio vagare libero nella sabbia, mentre il sole tramonta, è astrazione reale.
Come tutte le foto che ritraggono chi non sa di essere ritratto, essa trasmette a chi la guarda una sensazione di reale.
Un reale che in questo caso contrasta fortemente con l'ambientazione del deserto e la sua essenza di vuoto.
La curva disegnata dalla duna sullo sfondo è perfetta: sale da sinistra fino al culmine con lieve flessione e dal culmine discende con diversa inclinazione: il medesimo scopo ottenuto con due vie diverse, metafora del reale.
La giornata di guida nel deserto è appena terminata, con le emozioni vissute che restano nel cuore e nello spirito.
E il mio vagare libero nella sabbia, mentre il sole tramonta, è astrazione reale.
venerdì 3 gennaio 2014
E' arrivato il giorno della spedizione del pacco. Mi rendo conto che e' solo una piccola cosa rispetto al tanto che si puo' dare e fare per i piccoli amici del Langtang; ma sono comunque felice.
Un immenso grazie a chi, comprando l'ebook, ha contribuito alla spesa necessaria alla spedizione e a chi mi ha aiutato a raccogliere i vestiti che renderanno un po' piu' calde le giornate e le notti tra le montagne del Nepal.
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