Appena visto il primo cartello stradale "attenti agli elefanti" ci siamo messi a ridere. Ci è venuto in mente un elefante che ti attraversa la strada all'improvviso, tu inchiodi con la ruota posteriore bloccata e lui, fermo in mezzo al nastro asfaltato, ti guarda dall'alto al basso, barrisce per farti capire che andavi un pò troppo veloce, e riprende il suo lento cammino. Ma abbiamo riso ancora di più quando ci siamo fermati a fare le foto, perchè un sacco di gente che passava per strada rallentava per chiederci se avevamo bisogno di qualcosa e quando gli dicevamo no thank you, we are taking a picture of elephant si guardavano in giro per vedere se intorno c'era davvero un elefante. Poi capivano e ridevano pure loro. come al solito, ma un pò più forte.
Malato di Moto è una raccolta di racconti di viaggio e introspezioni a volte profonde e a volte goliardiche. Motociclisti si nasce. E in alcuni casi si diviene, nel senso che col passare del tempo cambiano la percezione delle sensazioni date dal viaggiare su due ruote ed il modo di vivere la propria passione. Questo blog raccoglie foto e pensieri nati dopo la pubblicazione del libro.
sabato 3 ottobre 2015
venerdì 2 ottobre 2015
Dalle montagne e dai laghi nel nord di Bali si impara...
Oggi sono tante le cose che abbiamo imparato.
La prima: dopo le prime tre gocce di pioggia cerca un tetto sotto cui ripararti. Non hai una seconda possibilità, scegli il primo che trovi, soprattutto se sei tra le montagne e su una strada ripidissima, perchè in pochi secondi ti si riversa addosso una quantità d'acqua impressionante. Lo chiamano monsone. E così capita di infilarsi con timidezza nella casa di un balinese che, circondato da bambini curiosi, sorridendo ti fa le previsioni del tempo e ti racconta la sua vita. E insiste pure perchè tu metta la moto al riparo sotto la tettoia.
La seconda: il mango juice è strepitoso e sazia come un pranzo completo.
La terza: i ragazzini che escono da scuola fanno le impennate in due su uno scooter sulla strada bagnata e piena di curve. L'importante è stargli a distanza e superarli sorridendo. Si gasano tantissimo. Se vedessi i miei figli fare una cosa del genere però gli segherei in due il telaio della moto. Le ragazzine invece si fermano a bordo strada e chiacchierano ridendo allegramente.
La quarta: il gps è l'invenzione del secolo. Puoi scegliere tutte le scorciatoie in mezzo alla campagna sicuro di trovarti poi a destinazione. Adesso però dovrebbero inventare anche le batterie inesauribili.
Le quinta e la più importante: noi occidentali abbiamo tutto, a parte una innata gentilezza ed un sorriso perenne. Dovremmo procurarceli al più presto. Vivremmo tutti molto meglio.
La prima: dopo le prime tre gocce di pioggia cerca un tetto sotto cui ripararti. Non hai una seconda possibilità, scegli il primo che trovi, soprattutto se sei tra le montagne e su una strada ripidissima, perchè in pochi secondi ti si riversa addosso una quantità d'acqua impressionante. Lo chiamano monsone. E così capita di infilarsi con timidezza nella casa di un balinese che, circondato da bambini curiosi, sorridendo ti fa le previsioni del tempo e ti racconta la sua vita. E insiste pure perchè tu metta la moto al riparo sotto la tettoia.
La seconda: il mango juice è strepitoso e sazia come un pranzo completo.
La terza: i ragazzini che escono da scuola fanno le impennate in due su uno scooter sulla strada bagnata e piena di curve. L'importante è stargli a distanza e superarli sorridendo. Si gasano tantissimo. Se vedessi i miei figli fare una cosa del genere però gli segherei in due il telaio della moto. Le ragazzine invece si fermano a bordo strada e chiacchierano ridendo allegramente.
La quarta: il gps è l'invenzione del secolo. Puoi scegliere tutte le scorciatoie in mezzo alla campagna sicuro di trovarti poi a destinazione. Adesso però dovrebbero inventare anche le batterie inesauribili.
Le quinta e la più importante: noi occidentali abbiamo tutto, a parte una innata gentilezza ed un sorriso perenne. Dovremmo procurarceli al più presto. Vivremmo tutti molto meglio.
giovedì 1 ottobre 2015
Canang sari
E' usanza balinese preparare ogni giorno un cestino di foglie intrecciate colmo di fiori profumati e colorati per ringraziare la divinita' per la pace e la buona sorte che si riceverà. Ecco..., visto che ogni persona che incontriamo ci accoglie con dei grandi sorrisi e per di piu' siamo qua a girovagare in moto, perche' non chiedere anche noi pace e buona fortuna con il nostro canang sari?
mercoledì 30 settembre 2015
Secondo giorno e nuovo insegnamento
Nuovo giorno on the road e seconda lezione: le noci di cocco possono contenere un quantita' infinita di liquido. Buonissimo, per carita', ma se poi la MM8 e' anche un po' dura di sospensioni - e qui le buche non mancano - urge trovare il luogo idoneo. Questa non e' India e non si fa per strada. Per il resto panorami bellissimi appena lasciate alle spalle le zone urbanizzate; la strada ci ha portati alle tombe dei re di Gunung Kawi, alle fonti sacre di Tirta Empul e poi su fino al lago Batur sotto l'omonimo vulcano.
martedì 29 settembre 2015
Primo giorno a Bali e relativo insegnamento
Primo giorno on the road sulle strade balinesi con la MM8 di Malamadremotorcycles.com. Giusto un assaggio per riabituarsi alla guida a sinistra ed al traffico asiatico. La lezione del giorno e' stata: se vedi tutte le moto davanti a te fermarsi e fare inversione significa che poco piu' avanti c' e' un posto di blocco della polizia. E se lo fanno tutti fallo anche tu. Ci sara' una buona ragione.
Che poi se prendi una strada laterale ti puoi trovare davanti ad uno splendido tempio...
Che poi se prendi una strada laterale ti puoi trovare davanti ad uno splendido tempio...
lunedì 28 settembre 2015
martedì 22 settembre 2015
Si, ma quale?
A tre giorni dal decollo ferve la ricerca. Sembrava facile, ma partire avendo già prenotato una moto per questa nuova esperienza sull'isola indonesiana si sta rivelando meno semplice del previsto. In pochi hanno un sito internet per essere contattati via web ed ancor meno sembrano essere capaci di aiutarmi a trovare una soluzione. E forse sono io un pò indeciso.
C'è poca scelta e fino a ieri sera queste erano le alternative:
questa bella hondina 200 si chiama MM8 ed è la creazione di www.malamadremotorcycles.com ed è pure disponibile per il noleggio nei giorni che mi interessano! Parte subito la mail, incurante del fuso orario, ed ora l'attesa di definire i particolari per il noleggio...
Speriamo in bene, perchè è lei la moto fenomenologicamente corretta, con la sua modestia orientale, il suo appeal da anni 70 e una sella che spero possa ospitare con un giusto compromesso il prezioso fondo schiena della mia metà, viaggiando al trotto su due ruote tra le spiagge ed i vulcani balinesi
C'è poca scelta e fino a ieri sera queste erano le alternative:
il classico scooter jappocoreano da 125 cc che pare ormai il must del trasporto locale che ti tirano dietro per 5 euro al giorno e che tanto appagherebbe la comodità delle terga della mia compagna di viaggio quanto avvilirebbe il mio orgoglio di motociclista anormale;
oppure questa
che col suo frullino da 150 cc farebbe molto "bali adventures" ma già mi sento le doglianze delle già citate terga muliebri che dopo 15 chilometri di stradine in mezzo alle risaie lancerebbero il loro grido di disperata rabbia cui seguirebbe una crisi matrimoniale senza possibilità di redenzione.
Ma ieri sera digito con poca convinzione sul re dei motori di ricerca tre magiche paroline, "bali scrambler rental" ed in un bel sito appare lei ed il sorriso mi torna sulle labbra:
sabato 19 settembre 2015
Si parte!
Tra una settimana partenza per una nuova esperienza di viaggio.
Bali on bike!
La ricerca del mezzo è già iniziata da un bel po ma mi sto rendendo conto che sarà difficile noleggiare una moto fenomenologicamente corretta; ma l'importante è partire e scoprire nuove strade.
Stay tuned!
sabato 5 settembre 2015
mercoledì 15 luglio 2015
Il mondo che cambia
Lo scooter (gp800) che brucia la moto (m600) ripartendo al semaforo, in una sfida in puro stile #motoignoranzaurbana , mi fa capire che il mondo è cambiato...
sabato 25 aprile 2015
Manutenzione
Richiudendo il carter frizione a volte la guarnizione vecchia tiene. Non era questa la volta e tocca ricominciare. e compra la guarnizione, svuota l'olio nuovo, riapri il carter, pulisci tutto, rimonta, rimetti l'olio, e spera che sia tutto a posto...
venerdì 27 marzo 2015
Fotografato
Se mentre aspetti il semaforo verde ti fotografano con lo smatphone allora sei seduto su una gran bella moto
E a volte pure gli autisti degli autobus ti fanno i complimenti...
E a volte pure gli autisti degli autobus ti fanno i complimenti...
giovedì 19 marzo 2015
martedì 13 gennaio 2015
Pochi minuti di immagini, un mare di emozioni, qualche considerazione.
Sono passati 10 anni dalla mia prima esperienza di deserto e quasi 5 dall'ultima volta che misi le ruote di una moto dentro quella splendida sensazione che è guidare nella sabbia africana.
Il video dell'inarrivabile - umanamente e tecnicamente parlando - e compianto Meoni mi ha ritrasportato là, tra le dune dei deserti che ho percorso.
Ma non sono state le sole immagini quanto le sue parole a darmi i brividi.
La paura, il blocco da essa provocato, gli altri piloti con cui stai correndo al limite, il rapporto con la moto, tanto intimo da far si che ci si parli assieme raccomandandosi che tutto vada bene.
" Dai Moto.... forza Moto..."
E' una incitazione a se stessi per uscire da quel tunnel di insicurezza che il procedere ad alta velocità sul terreno inconsistente necessariamente crea in te.
Si, quel senso di instabilità che chi ha corso nelle sottili sabbie sahariane ben ricorda, e che rappresenta in fondo, nella mia esperienza di vita, anche la vacuità delle nostre certezze umane...
Ma anche delle sue certezze: laggiù lui concluse pochi anni dopo la sua breve vita da eroe.
Mi ritornano in mente le dune altissime, le cadute, le costole incrinate, i due colori dominati, quello del cielo e quello della sabbia, il fumo dei fuochi di legno di acacia, i panini con tonno in scatola e sabbia, gli occhi dei compagni di avventura colmi di silenziosa meraviglia e lucidi per la fatica e il vento polveroso, il rumore dei monocilindrici che rompeva la quiete eterna del deserto con toni sempre diversi imposti dal rotolare delle ruote tassellate, che venivano ora risucchiate ora sputate dalla sabbia.
Ricordo il giorno in cui ho voluto fissare su di me per sempre, anche esteriormente, tutte queste sensazioni, con un tatuaggio le cui lettere arabe riportano il soprannome di un altro eroico viaggiatore del deserto, László Von Almásy che in altri tempi e con altri mezzi fu ammaliato dal mistero di Zerzura.
Ricordo che tra un viaggio e l'altro curavo il mio fisico per arrivare al giorno della partenza preparato e allenato, con la resistenza necessaria; esercizi in palestra, nuoto, tanto enduro nostrano con la mia Yamaha. E stavo bene, sicuramente più di adesso, dentro e fuori.
Da allora nella mia vita sono cambiate tante cose e non so se e quando tornerò a provare nuovamente l'emozione di domare una moto che serpeggia nella sabbia. Emozione unica e impareggiabile e, lasciatemi dire, non per tutti.
Ero solo, da solo a confrontarmi con le mie capacità, con i miei riflessi, con la mia resistenza, con tutte le insidie di un ambiente ostile e primordiale. Potevo contare solo su di me per sopravvivere perchè il minimo errore poteva essere causa di conseguenze estreme.
Se sbagliavo era colpa mia, solo mia e dovevo poi fare i conti solo con me stesso, o con quello che ne rimaneva...
Quando il giorno finiva mettevo da parte il mio individualismo estremo e mi sedevo davanti ad un fuoco con tutti gli altri per condividere le mie esperienze e le mie emozioni in un momento catartico, assolutamente piacevole e necessario.
Tutto questo pathos non sono riuscito a trovarlo nelle esperienze vissute successivamente con altre attività che ho intrapreso.
E' mancata l'adrenalina, è mancatala la preparazione, è mancato il climax crescente man mano che si avvicinava "il giorno".
Ma forse mi è mancata più di tutto la solitudine. Si, quella completa solitudine in cui metti alla prova te stesso, in cui te la giochi alla pari con la signora in nero.
E allora mi faccio una promessa.
Ancora una volta... si, almeno ancora una volta voglio immergermi nel grande mare di sabbia, senza vele, senza equipaggio, senza null'altro che un casco in testa, degli stivali acciaccati ai piedi e una moto sotto il culo, e correre, correre, correre, lasciando alle mie spalle una nuvola di sabbia che dopo poco, cadendo al suolo, coprirà ogni traccia del mio passaggio.
Da solo.
![]() |
| link al video Vai Moto... Fabrizio Meoni 2001 |
Il video dell'inarrivabile - umanamente e tecnicamente parlando - e compianto Meoni mi ha ritrasportato là, tra le dune dei deserti che ho percorso.
Ma non sono state le sole immagini quanto le sue parole a darmi i brividi.
La paura, il blocco da essa provocato, gli altri piloti con cui stai correndo al limite, il rapporto con la moto, tanto intimo da far si che ci si parli assieme raccomandandosi che tutto vada bene.
" Dai Moto.... forza Moto..."
E' una incitazione a se stessi per uscire da quel tunnel di insicurezza che il procedere ad alta velocità sul terreno inconsistente necessariamente crea in te.
Si, quel senso di instabilità che chi ha corso nelle sottili sabbie sahariane ben ricorda, e che rappresenta in fondo, nella mia esperienza di vita, anche la vacuità delle nostre certezze umane...
Ma anche delle sue certezze: laggiù lui concluse pochi anni dopo la sua breve vita da eroe.
Mi ritornano in mente le dune altissime, le cadute, le costole incrinate, i due colori dominati, quello del cielo e quello della sabbia, il fumo dei fuochi di legno di acacia, i panini con tonno in scatola e sabbia, gli occhi dei compagni di avventura colmi di silenziosa meraviglia e lucidi per la fatica e il vento polveroso, il rumore dei monocilindrici che rompeva la quiete eterna del deserto con toni sempre diversi imposti dal rotolare delle ruote tassellate, che venivano ora risucchiate ora sputate dalla sabbia.
Ricordo il giorno in cui ho voluto fissare su di me per sempre, anche esteriormente, tutte queste sensazioni, con un tatuaggio le cui lettere arabe riportano il soprannome di un altro eroico viaggiatore del deserto, László Von Almásy che in altri tempi e con altri mezzi fu ammaliato dal mistero di Zerzura.
Ricordo che tra un viaggio e l'altro curavo il mio fisico per arrivare al giorno della partenza preparato e allenato, con la resistenza necessaria; esercizi in palestra, nuoto, tanto enduro nostrano con la mia Yamaha. E stavo bene, sicuramente più di adesso, dentro e fuori.
Da allora nella mia vita sono cambiate tante cose e non so se e quando tornerò a provare nuovamente l'emozione di domare una moto che serpeggia nella sabbia. Emozione unica e impareggiabile e, lasciatemi dire, non per tutti.
Ero solo, da solo a confrontarmi con le mie capacità, con i miei riflessi, con la mia resistenza, con tutte le insidie di un ambiente ostile e primordiale. Potevo contare solo su di me per sopravvivere perchè il minimo errore poteva essere causa di conseguenze estreme.
Se sbagliavo era colpa mia, solo mia e dovevo poi fare i conti solo con me stesso, o con quello che ne rimaneva...
Quando il giorno finiva mettevo da parte il mio individualismo estremo e mi sedevo davanti ad un fuoco con tutti gli altri per condividere le mie esperienze e le mie emozioni in un momento catartico, assolutamente piacevole e necessario.
Tutto questo pathos non sono riuscito a trovarlo nelle esperienze vissute successivamente con altre attività che ho intrapreso.
E' mancata l'adrenalina, è mancatala la preparazione, è mancato il climax crescente man mano che si avvicinava "il giorno".
Ma forse mi è mancata più di tutto la solitudine. Si, quella completa solitudine in cui metti alla prova te stesso, in cui te la giochi alla pari con la signora in nero.
E allora mi faccio una promessa.
Ancora una volta... si, almeno ancora una volta voglio immergermi nel grande mare di sabbia, senza vele, senza equipaggio, senza null'altro che un casco in testa, degli stivali acciaccati ai piedi e una moto sotto il culo, e correre, correre, correre, lasciando alle mie spalle una nuvola di sabbia che dopo poco, cadendo al suolo, coprirà ogni traccia del mio passaggio.
Da solo.
mercoledì 29 ottobre 2014
Ladakh
Va bene. E anche questa l’abbiamo fatta.
Così, quasi per caso, senza premeditazione, forse.
Il reperto di archeologia motociclistica parte al primo colpo ed il suo mono pompa dolcemente al ritmo di un mantra.
Mi immetto nel traffico di Leh, con un briciolo di timore.
A Hemis arriviamo sotto qualche fiocco di neve. Se capitassimo in una nevicata a queste quote con il casco jet e il calzino di cotone credo avremmo qualche problema…
Magica è la confluenza dello Zanskar nell’Indo… due fiumi, due acque dai colori differenti, che procedono verso valle divisi e uniti nello stesso tempo, e che continuano a mantenere per un lungo tratto la loro individualità, prima di fondersi in qualcosa di nuovo.
Dopo aver consumato sotto i loro occhi curiosi il pasto chiedo a gesti quanto debba pagare, porgo loro 100 rupie che rifiutano respingendo con forza la mia mano. Ospitalità inattesa ma che non mi sorprende.
È importante la scuola in queste valli. Lo abbiamo capito il giorno prima a Karu, dove dopo aver mangiato un dal bath in un locale sulla strada impolverata, schifato da un gruppo di giovani turisti occidentali scesi da un fuoristrada Tata col loro driver, abbiamo chiesto quanto dovevamo pagare alla giovane donna che ci aveva servito e lei ha chiamato il figlio di 10 anni appena uscito da scuola e ancora con la sua divisa, che ci ha detto fiero “ one forty, please”. Conoscere le lingue straniere permette a queste popolazioni di poter gestire il turismo e quindi di avere una fonte di guadagno.
Così, quasi per caso, senza premeditazione, forse.
È ottobre, sono nel Ladakh per iniziare il mio viaggio in India e voglio vedere i monasteri buddisti disseminati nella valle dell’Indo.
E se invece che trovare un autista che ci accompagni, ci muovessimo autonomamente in moto, dico una sera alla mia compagna di viaggio?
Why not?
È la risposta che volevo! E fu Ladakh per caso...
Lungo la via principale di Leh affittano delle moto, ancora per pochi giorni perché la stagione turistica sta finendo prima del grande freddo.
C’è anche una Royal Enfield, nera, vecchia, irresistibile.
Concordo di tornare il giorno dopo e prendere la moto per 2 giorni, durante i quali conto di percorrere circa 300 km a est ed ad ovest della città lungo la strada che corre nella valle del fiume Indo.
C’è anche una Royal Enfield, nera, vecchia, irresistibile.
Concordo di tornare il giorno dopo e prendere la moto per 2 giorni, durante i quali conto di percorrere circa 300 km a est ed ad ovest della città lungo la strada che corre nella valle del fiume Indo.
La mattina alle nove siamo li, con tanto di carta stradale del Ladakh magicamente trovata in questa piccola e sperduta città.
L’abbigliamento non è l’ideale per affrontare la strada su due ruote ad altitudini che variano dai 3500 ai 4000 metri, in autunno: jeans, giacca North Face, scarpe da trekking leggero, kefiah da beduino della Giordania e un paio di vecchi guanti che il mio inconscio mi aveva fatto casualmente mettere nel borsone.
I caschi giocattolo sono gentilmente forniti dal noleggiatore.
A me spetta un jet; per cavalleria lascio l’integrale alla compagna poco avvezza al vento sulle gengive.
Il reperto di archeologia motociclistica parte al primo colpo ed il suo mono pompa dolcemente al ritmo di un mantra.
Mi immetto nel traffico di Leh, con un briciolo di timore.
Si sa, gli indiani hanno un concetto tutto loro di circolazione stradale… ma tutto sommato basta adattarsi al caos primordiale, lasciarsi trascinare dalla corrente, rimuovere ogni conoscenza delle regole, e suonare, suonare sempre il clacson.
La Royal Enfield d’altra parte è una moto facile e ha prestazioni tanto tranquille che non riesci proprio ad andare veloce. Meglio, perché l’efficacia dei freni è un concetto non sviluppato nel progetto.
Inizia quindi il nostro peregrinare per due giorni alla ricerca dei monasteri: Hemis, Thiksey, Alchi, Likir tanto per citare i più belli.
L’atmosfera che vi si respira, le preghiere e le puje dei monaci, giovani o vecchi che siano, dal viso sempre sereno, l’odore di incenso, i paesaggi che si ammirano dai tetti, le bandiere di preghiera colorate, i chorten bianchi, le lunghe mura ricoperte di pietre mani con i mantra scolpiti.
È tutto fantastico e da vivere in prima persona perché le parole non bastano.
Ma tra un monastero e l’altro c’è la strada vuota, senza traffico.
E c’è lo spostamento, con quelle piccole grandi esperienze di contatto umano che ci fanno amare viaggiare.
Guido tra montagne enormi, correndo su altipiani brulli e desertici, arrampicandomi curva dopo curva e ridiscendendo improvvisamente.
Il panorama è spettacolare. Davvero.
La Royal Enfield non ha ciclistica, è un mattone, ma non importa. Qui è più importante ammirare ciò che hai intorno, immenso, e viaggiare a 50 kmh lo consente.
Vorrei salire al Thorong La, il passo più alto del mondo, ma fa freddo, troppo freddo. Già a 4000 mt facciamo fatica a resistere con i vestiti che abbiamo addosso; figuriamoci a 5400 mt…
La Royal Enfield non ha ciclistica, è un mattone, ma non importa. Qui è più importante ammirare ciò che hai intorno, immenso, e viaggiare a 50 kmh lo consente.
Vorrei salire al Thorong La, il passo più alto del mondo, ma fa freddo, troppo freddo. Già a 4000 mt facciamo fatica a resistere con i vestiti che abbiamo addosso; figuriamoci a 5400 mt…
A Hemis arriviamo sotto qualche fiocco di neve. Se capitassimo in una nevicata a queste quote con il casco jet e il calzino di cotone credo avremmo qualche problema…
Magica è la confluenza dello Zanskar nell’Indo… due fiumi, due acque dai colori differenti, che procedono verso valle divisi e uniti nello stesso tempo, e che continuano a mantenere per un lungo tratto la loro individualità, prima di fondersi in qualcosa di nuovo.
Il fiume che si immette in un altro fiume non muore, origina una sua nuova vita, inizia un nuovo viaggio.
Mentre contempliamo lo spettacolo si fermano vicino a noi dei turisti indiani, di Calcutta, scendono dall’auto, ci fotografano, ci chiedono da dove veniamo.
Simpatici, ma ci fanno sentire esemplari di una specie rara e soprattutto comprendere che il nostro vizio di fotografare durante i viaggi le persone “esotiche” andrebbe gestito con grande tatto nel rispetto della loro individualità.
Simpatici, ma ci fanno sentire esemplari di una specie rara e soprattutto comprendere che il nostro vizio di fotografare durante i viaggi le persone “esotiche” andrebbe gestito con grande tatto nel rispetto della loro individualità.
Quando arriviamo ad Alchi, un villaggio lontano dalla strada principale e al di la dell’Indo, abbiamo fame.
Mentre camminiamo tra antichi chorten cerchiamo un segno, una traccia che ci mostri che anche li può esistere un posto dove mangiare, vediamo due donne dai chiari tratti tibetani che ci porgono attraverso una rete dei piatti di riso condito con frutta secca e dei biscotti. Non ha l’aria di essere un ristorante…
Ci avviciniamo e spontaneamente prendiamo tra le mani quello che ci offrono ed entriamo nel cortile della casa. Ci sono dei tavolini e delle stuoie su cui ci sediamo per mangiare, rigorosamente con le mani, quanto ci è stato offerto.
Mentre camminiamo tra antichi chorten cerchiamo un segno, una traccia che ci mostri che anche li può esistere un posto dove mangiare, vediamo due donne dai chiari tratti tibetani che ci porgono attraverso una rete dei piatti di riso condito con frutta secca e dei biscotti. Non ha l’aria di essere un ristorante…
Ci avviciniamo e spontaneamente prendiamo tra le mani quello che ci offrono ed entriamo nel cortile della casa. Ci sono dei tavolini e delle stuoie su cui ci sediamo per mangiare, rigorosamente con le mani, quanto ci è stato offerto.
Una delle donne ci raggiunge e ci versa due bicchieri di una specie di sidro fermentato di mela leggermente alcolico.
Dopo aver consumato sotto i loro occhi curiosi il pasto chiedo a gesti quanto debba pagare, porgo loro 100 rupie che rifiutano respingendo con forza la mia mano. Ospitalità inattesa ma che non mi sorprende.
Continuiamo a camminare in questo villaggio e troviamo una scuola con pochi bambini che giocano nel cortile. Il cancello è aperto ed entriamo.
Una maestra si affaccia da un edificio e ci fa segno di entrare. Siamo ospitati dall’intero “corpo docenti” della scuola nella “sala professori”.
4 donne e 1 uomo che per fortuna parla inglese e fa da interprete, che curiosi chiedono di noi, dell’Italia, dei nostri lavori e ci spiegano che hanno 9 alunni e pochi soldi dallo stato e che sono dispiaciuti per non poter dare insegnamento a più ragazzi.
Dopo il canonico the tibetano con sale e burro, siamo pronti a ripartire, la strada per tornare a Leh è lunga e viene buio presto.
È importante la scuola in queste valli. Lo abbiamo capito il giorno prima a Karu, dove dopo aver mangiato un dal bath in un locale sulla strada impolverata, schifato da un gruppo di giovani turisti occidentali scesi da un fuoristrada Tata col loro driver, abbiamo chiesto quanto dovevamo pagare alla giovane donna che ci aveva servito e lei ha chiamato il figlio di 10 anni appena uscito da scuola e ancora con la sua divisa, che ci ha detto fiero “ one forty, please”. Conoscere le lingue straniere permette a queste popolazioni di poter gestire il turismo e quindi di avere una fonte di guadagno.
Particolarmente bello è il tratto di strada che da ovest rientra nella capitale: decine di chilometri di rettilineo che scende da un vasto altipiano e sullo sfondo, prima lontanissimo e via via sempre più vicino il palazzo reale di Leh abbarbicato sulla cima di ripido colle a sovrastare la città.
Rientrati a Leh il secondo giorno, riportiamo la moto all’agenzia di noleggio e la salutiamo; è stata un’onesta compagna di viaggio, parca nei consumi, sempre pronta ad accompagnarci con la sua flemma indiana su e giù per le montagne.
È stata una esperienza breve, fatta di pochi chilometri, un po’ di freddo, ma tante emozioni.
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